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Il Senso della Vita Spiritualità

Alla scoperta del senso della vita [Il Senso della Vita – 2]

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Nelle mie ricerche su questo tema mi sono accorto di un incredibile paradosso. Raramente, persone che si occupano di diffondere contenuti sull’esistenza umana, dai filosofi ai “guru” spirituali, si occupano del senso dell’esistenza umana.

Ci dicono tanto di tutto, ma mai del fulcro del tutto. Se gli si domanda perché non affrontano questo argomento si ottiene una sola risposta,  scontata e un po’ furba: “sono argomenti delicati e complessi…”. Il che è un bel modo per lavarsene le mani.

Visto che questi sapienti non ci aiutano, proviamo ad esplorare insieme ciò che ruota e alimenta questo significato della vita.

Il senso della vita è un tabù

Partiamo innanzitutto dal presupposto che, da ciò che pensiamo della vita, scaturiscono le nostre azioni, i progetti a lungo termine, la nostra soddisfazione e il nostro senso di unione con la realtà.

Raramente siamo consapevoli di quale significato abbia per noi la nostra vita. Non è un argomento di cui si parla normalmente, anzi, potremmo dire che è quasi dei tabù nella nostra società. Per parlare si punta su qualcosa di molto più leggero.

Non se ne parla perché è qualcosa di così importante (e al tempo stesso sottovalutato) che al solo accennarlo potrebbe mettere in crisi chiunque. Esattamente come il famoso modo di dire inglese: “elephant in the room” (l’elefante nella stanza), una verità lampante palesemente ignorata.

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Dal momento che è un tema taciuto, accade facilmente che non si scelga il proprio scopo personale consapevolmente, e che ci si affidi a quelli creati da qualcun altro. Risulta quasi irrispettoso, nelle nostre società, anche solo pensare a sé stessi su un sentiero dal tutto nuovo.

Pensiamo alle religioni, coi loro precetti, i loro comandamenti, le loro promesse sull’aldilà, le loro spiegazioni sul mondo e i loro sforzi di far quadrare tutto. Sono tutte risposte preconfezionate che non ci mettono in difficoltà se non per la pressione che esercitano su di noi, aspettandosi che accettiamo le loro verità.

Non dobbiamo stancarci a fare nulla: non dobbiamo avere dubbi, non dobbiamo indagare, né decidere il percorso, gli strumenti, gli obiettivi. Tutto è pronto (creato da qualcun altro) per essere vissuto con regole e prospettive.

Diversamente, qualcosa diventa “nostro” se lo abbiamo vissuto intensamente, se ci siamo posti domande su di esso e ne abbiamo ricercato risposte profonde, se ci ha trasformato in quella profondità, se lo abbiamo trasformato noi e siamo diventati con lui una cosa sola.

Ma fintanto che qualcosa ci obbliga e non ci ispira faremo una fatica pazzesca a rimanere su quel sentiero.

Vivere secondo le idee di qualcun altro

Cosa accade, allora, se non abbiamo trascorso o investito del tempo in una certa ricerca, e viviamo secondo le credenze e le prospettive di qualcun altro (quindi con obiettivi, convinzioni, esperienze non nostri)? Ci costringiamo a fare quello che si aspettano da noi i nostri familiari, i colleghi, ciò di cui ci convincono i media, e altre forze che richiedono adesione per ricavarne potere.

Quando non sappiamo “perché siamo qui” vaghiamo da uno scopo all’altro. Non è tanto un’esplorazione consapevole ma un passare, un affidarsi, più o meno ciecamente, a questo o quel credo religioso, a questa o quella tradizione familiare o lavorativa, a questo o quello stile di vita.

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Insomma, ci adattiamo a vivere secondo ciò che ci sembra più interessante o più convincente (o magari ciò a cui non ci sentiamo di ribellarci) in un dato momento della nostra vita (magari quando siamo particolarmente fragili o desiderosi di cambiamento).

Per questo tipo di idee acquisite, ci sposiamo o rimaniamo single; facciamo una vita da sportivi o da malati di lavoro; cerchiamo la ricchezza economica o una vita di privazioni. Indossiamo dei veri e propri costumi assegnatici da qualcun altro.

Per questi modi di vivere c’è molto spesso un drammatico capolinea, quando la persona, a forza di autoconvincersi a vivere dentro ruoli che non gli appartengono, si trova all’improvviso di fronte ad una insostenibile sensazione di esaurimento e infelicità, privato di qualsiasi energia e voglia di vivere.

Forzarsi a star dentro qualcosa che non è nostro

Questo perché voler stare a forza dentro una vita non nostra (cioè in cui non crediamo davvero) è come volerci adattare in uno spazio troppo stretto per noi. È come quando i bambini all’asilo tentano di far entrare la formina di un cubo nella posizione del cilindro. Possono sbatterla quanto vogliono ma non ci entrerà. In questo tipo di situazioni ci vanno stretti i valori, gli ideali, gli obiettivi, i desideri.

Visto che sappiamo sopportare, si può vivere una vita pensata da qualcun altro, soffrendo per un certo tempo. Lo fanno quasi tutti se ci mettiamo ad osservare le persone intorno a noi. Meno ci corrisponde un tipo di vita più arriveremo velocemente e prepotentemente ad una crisi.

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In questi casi la disperazione porta o a compiere gesti estremi (contro di sé o contro chi pensiamo ci tenga in gabbia), o a soccombere a malattie e comportamenti autodistruttivi. Tutto questo perché, indeboliti nelle nostre energie più genuine e potenti, non pensiamo di poterne uscire in alcun modo. Non abbiamo più il coraggio e l’ispirazione per cambiare vita. La gabbia in cui viviamo da troppo tempo sembra invincibile. Ma ricordiamoci che in verità la porta (cioè la scelta) è sempre aperta e accessibile.

Staccarsi da uno stile di vita che non ci appartiene è portatore di due enormi esperienze: quella del dolore (per il distacco, la perdita, le delusioni, sia per noi che per chi ci sta intorno) e del senso di liberazione.

Staccarsi da uno stile di vita che non ci appartiene porta dolore e senso di liberazione.

Spesso sono gli altri ad aspettarsi fortemente da noi il nostro rimanere fedeli a quello stile di vita, a quegli obiettivi. E sembrano essere proprio loro i protettori più severi di quelle catene: ci dispiace o ci terrorizza poterli deludere. Così evitiamo di ribellarci e portiamo le cose all’estremo: esaurimento o esplosione.

Uscire dalla gabbia

Ora, quando rompiamo certe catene che credevamo più forti di noi, un ruolo, un lavoro, una tradizione, ci sentiamo al tempo stesso privati di tutto ma anche molto più leggeri.

Perdiamo infatti un complicato intreccio di idee, regole, aspirazioni acquisite e ben conosciute, in cui ci sentivamo fortemente identificati e abbondantemente rassicurati (salvo poi non far caso al fatto che diventavamo sempre più insoddisfatti e indolenti).

Erano in fondo le elaborazioni di qualcun altro, comode perché ci toglievano il fastidio di assumerci la responsabilità del nostro viaggio su questo pianeta. Tutte le comodità però hanno un prezzo da pagare.

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Scegliere la vita di qualcun altro ha il peso di un macigno per noi se davvero non ci appartiene, e prosciuga gran parte della nostra vitalità e delle nostre potenzialità. Vivere una vita non nostra scatena nel tempo, dentro di noi, un grandissimo bisogno di ribellione e al tempo stesso ci priva delle energie vitali per farlo.

Ma se riusciamo ad uscire da quella gabbia di convinzioni, o a distruggerla, acquistiamo una sorprendente quanto inattesa leggerezza, libertà e coraggio che ci permettono di ricominciare ad esplorare una nuova vita da zero. Somiglia per questo allo sperimentare una piccola morte.

Scavalcato un certo muro che consideravamo invalicabile, oltre a sentirci terribilmente svuotati di tutto, iniziamo da subito anche a sentir scorrere di nuovo in noi energie sopite da tanto, troppo tempo. Come una piccola rinascita.

Ed è solamente lì che sappiamo di aver fatto la cosa giusta.


Leggi la terza parte: “Perché fare una scelta consapevole”


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