Conoscenza Sviluppo Interiore

Andrea Panatta: l’intervista (2/2)

(Se non hai letto la la prima parte, clicca qui)

Quale influenza ha avuto la New Age sulla cultura di massa? È stato un bene o un male? Ha lasciato tracce?

Onestamente non saprei perché dentro al termine New Age si è fatto confluire un po’ tutto, da alcuni aspetti della psicologia, al Corso in Miracoli, dalla canalizzazione, alle discipline orientali come lo yoga.

Ora, la New Age è stata un bene per il fatto che ha sdoganato parecchie conoscenze che erano molto più di nicchia prima, generando quello che oggi è il business della spiritualità, che non è sbagliato in sé.

E’ stata forse un male perché larga parte di quello che ha diffuso era approssimativo, non aveva basi esperienziali, prendeva un po’ qua e un po’ là e tutti scrivevano tutto e il contrario di tutto.

Ha promosso una certa leggerezza metodologica e un certo fidarsi solo di quello che si sente senza metterlo alla prova, approccio che all’inizio seguivo anche io. Ha lasciato tracce? Sì, si è trasformata in qualcos’altro di cui però non mi sto occupando più da anni, avendo preferito concentrarmi su metodi, tecniche e autori con i quali posso avere rapporti magari diretti e dei quali posso verificare il messaggio.

Parliamo di percorso interiore. È utile intraprenderne uno?

Inizi un percorso interiore solo se hai un vuoto, una mancanza o se ricevi una diretta ispirazione. Nel primo caso non sei soddisfatto della tua vita oppure sei in un momento difficile, hai perso senso, direzione, scopo. E’ così che si inizia in genere.

A cosa serve? Dovrebbe teoricamente essere il modo per risolvere questa mancanza di senso e direzione e per restituire alla vita la pienezza e l’intensità. Un percorso interiore, che può essere una disciplina spirituale o una serie di letture, ma anche una psicoterapia, può essere il modo di contattare parti di te che non riesci a sentire, per risolvere malattie, disturbi e problemi che sembrano non scomparire mai, o per raggiungere stati di coscienza superiori.

Ci sono miliardi di motivi per intraprendere un qualsiasi cammino, ma tutti in genere sottendono la ‘mancanza’ di qualcosa, una sorta di vuoto da riempire. Differente forse è il caso di quando ricevi una ispirazione diretta, quando cioè la tua vita va più o meno bene così ma qualcosa comincia ad accaderti e ti porta fuori strada mettendoti su un sentiero di crescita.

Ho conosciuto molte persone con questa storia alle spalle e il loro racconto è sempre lo stesso. Sembra che lo spirito a un certo punto ti prenda e ti metta su un percorso di qualche tipo. Ma anche in questo caso le persone coinvolte raccontano spesso che prima era come se mancasse qualcosa.

Per la tua esperienza, come consiglieresti di intraprendere un percorso interiore nel migliore dei modi?

Se ci fosse un modo migliore non ci sarebbe crescita secondo me. E’ necessario partire all’inizio e provare a fare un po’ di tutto, e anche sbagliare e prendere legnate e delusioni, perché attraverso il riconoscimento di ciò che non vogliamo ci avviciniamo sempre più a ciò che vogliamo. Quindi è necessaria anche la cantonata.

Io sono finito dentro a diversi gruppi e sette che poi ho lasciato, ma da ciascuna di queste esperienze ho comunque tratto qualcosa. Ciò che si può consigliare è, come sopra, di mantenere fede e perseveranza anche quando le cose non sembrano andare in direzioni ottimali.

Oltre a questo suggerisco di non legarsi a nessun gruppo in maniera stabile e di non cercare nessun senso di appartenenza/approvazione da parte dei gruppi. I gruppi di lavoro possono essere una bella risorsa, ma a lungo andare si trasformano inevitabilmente in una trappola dalla quale è difficile divincolarsi senza sofferenza (parlo per diretta esperienza personale).

In primis il gruppo si livella ad una energia media, al di sopra della quale non si può stare (pena la creazione di conflitti con il gruppo) e in secondo luogo ciascun membro del gruppo tende inevitabilmente a proiettare sugli altri dinamiche e irrisolti inconsci, rendendo il gruppo il teatro del suo inconscio non integrato. Questo accade per ogni singolo partecipante del gruppo. Ecco perché penso che prima di un certo livello di autonomia sia meglio evitarli.

Pensare, analizzare, introiettare l’analisi, concentrarsi sempre sui problemi, i disturbi: non sono cose che a lungo andare rendono meno spontaneo il vivere? Cosa ne pensi?

Innanzitutto bisogna intendersi sul termine “spontaneo”. Spontaneità spesso è sinonimo di meccanicità, di binari prefissati. Spontaneo è ciò che mi va in quel momento. Ciò che mi viene naturale.

Il problema è che il 90 per cento delle volte ciò che mi viene naturale e spontaneo sorge da un inconscio programmato vecchio migliaia, milioni di anni, che mi spinge a fare cose ‘spontanee’ che non sono affatto utili per me e per chi mi sta intorno.

Noi pensiamo di essere liberi quando siamo spontanei, ma con il tempo e la pratica ti rendi conto che la libertà è qualcos’altro. A quel punto serve una pratica che per come la vedo io non ha però nulla a che fare né con l’analisi né con l’introspezione (mentale), quanto piuttosto con lo sviluppo di uno stato che definisco intensità, un’attenzione cosciente molto concentrata e stabile, priva di mente.

Premesso questo sì, l’analisi eccessiva, la mentalizzazione e la concentrazione sul problema non solo è dannosa, ma tende ad aumentare i problemi stessi e a non farci mai uscire dagli stessi.

Cos’è per te la felicità e cos’è l’amore?

Come sopra, è necessario mettersi d’accordo su cosa si intenda per felicità e amore. C’è una felicità che dipende dall’ottenimento di cose nel mondo, dall’avere o non avere persone o situazioni come le vogliamo. Questa è la felicità comunemente intesa e, sebbene sia una bella cosa, a mio avviso è qualcosa di molto fuorviante.

Pur ottenendo quello che vogliamo non siamo felici per molto, e di nuovo il bisogno e il desiderio vengono a torturarci con un senso di mancanza appena poco dopo aver ottenuto ciò che credevamo ci dovesse rendere felici. Parlo per esperienza diretta. Ho ottenuto molto di quello che ho desiderato nella vita e questo non mi ha mai reso felice in maniera permanente, lasciandomi quella insoddisfazione perenne che chi cerca deve avere. E bisogna fare esperienza del mondo e delle sue lusinghe in qualche maniera, altrimenti rimarrà subconscia la convinzione che ci sarà davvero qualcosa o qualcuno che ci darà la felicità.

Quando vedremo chiaramente che non esiste niente del genere nel mondo allora, se la motivazione sarà abbastanza grande, inizieremo a cercare qualcos’altro. Col tempo sono arrivato a scoprire un’altra forma di felicità, difficilmente descrivibile a parole, una felicità che per come mi appare non è nemmeno una vera e propria emozione ma uno stato alla base di tutti gli stati. Mi piace chiamarla intensità, pace, centratura.

C’è chi parla di risveglio, illuminazione, presenza. A me piace pensare che stiamo tutti parlando della stessa cosa. Una volta che inizi a sperimentare questo stato, non dipendente dalle cose e dagli accadimenti del mondo, non puoi più tornare indietro e accontentarti di ciò che il mondo può darti e non puoi più credere a quella vecchia definizione di felicità come continua soddisfazione di pruriti e bisogni. In un certo senso diventi un donatore.

Quando non hai più bisogno di prendere dal mondo inizi davvero a dare, te stesso, la tua energia, il tuo tempo. Puoi farlo solo però da quel centro di intensità, da quella pace perfetta e profonda. Questa potrebbe essere una definizione approssimativa della felicità.

L’amore per come lo intendo io non ha niente a che fare con l’amore romantico, che sono arrivato a vedere come una sorta di grossa favola per bambini. Sebbene l’amore romantico e l’eros siano fasi imprescindibili dell’evoluzione di una persona, anche qui, quando se ne scoprono gli inganni, le seduzioni e le inevitabili trappole, si inizia a cercare qualcos’altro.

Per me idealmente, l’amore è uno stato di profonda attenzione, presenza e non giudizio verso tutto e tutti. In questo stato di ‘amore’ avvengono costantemente eventi sincronici di riequilibrio, risoluzione, guarigione, che qualcuno chiama anche miracoli. In questo stato io ho avuto le esperienze spirituali più genuine e le migliori intuizioni. Più riesci ad ‘amare’ più questi miracoli si intensificano.

Come possiamo scoprire lo scopo delle nostre vite?

Prima di tutto bisognerebbe capire che la sfocatura subconscia ci ha messo dove siamo per un motivo ben preciso, e cioè vedere tutto ciò che ci sta impedendo di ascoltare le intuizioni e la voce del nostro sé.

Tutta la propria situazione di vita è un continuo tentativo della sfocatura di palesarsi, e questo ‘rumore’ di fondo, ossia tutte le emozioni e i pensieri antichi non processati e depositati nella sfocatura, impediscono di ‘sentire’ il proprio sé.

Solo attraverso il sé si può abbracciare il proprio talento e la propria unicità in modi sani. Credo che le nostre vite non abbiano mai un solo scopo legato alla nostra personalità-ego ma abbiano sempre una molteplicità di scopi, alcuni legati alla pulizia della sfocatura e alla ‘correzione’ dei nostri cosiddetti errori, e altri legati allo sviluppo delle nostre capacità e talenti.

Se facciamo solo un lavoro di pulizia karmica e seguiamo un percorso spirituale senza sviluppare i talenti, cadiamo nel distacco dal mondo. Se sviluppiamo solo i talenti senza fare un lavoro di pulizia, allora i talenti saranno a servizio dell’ego e non dello spirito.

A mio avviso lo scopo della vita si palesa attraverso un doppio lavoro, di pulizia e di sviluppo di talenti e capacità, fino al momento in cui diventa chiarissimo dove il flusso della nostra vita ci stia spingendo. Se si è in un momento della propria esistenza nel quale non è chiaro dove andare, ritengo che la cosa migliore sia stare con quello che c’è ora, per quanto pessimo possa sembrare, e cominciare a rilasciare tutte le emozioni negative e i pensieri rispetto a quella situazione.

Lavorare centrando la propria frequenza sulla pace, non importa cosa il mondo stia rimandando. Questo è un lavoro imprescindibile. Chiunque l’abbia fatto ha iniziato a vedere la propria vita scivolare verso altre ‘varianti’ e pian piano entrare nel cambiamento e trovare il proprio ‘scopo’.


Andrea Panatta ha scritto per Il Flusso Magico la serie di articoli:

“Desideri, Intenzioni, Ideali”


Cosa ti piace fare per ricaricarti di energia e cosa consigli di fare?

Innanzitutto consiglio di impegnarsi a non disperdere energia e di conservarla piuttosto che cercare poi metodi di ricarica. E’ più economico, gentile e potenziante.

Parlare di meno, esprimere meno opinioni, avere meno emozioni incontrollate e disciplinare la propria mente, coltivare l’arte e l’espressione dei propri talenti senza volerne per forza fare un commercio, ricordarsi sempre che il fuori è espressione del dentro e mai viceversa, non reagire ma rispondere coscientemente alle situazioni della vita, cercare luoghi calmi nei periodi di fatica, sono tutte strategie che possono portare al risparmio energetico.

Purtroppo viviamo in un mondo e in una cultura Yang che ci porta sempre ‘là fuori’ a disperdere, espanderci, muoverci, decentrarci, quindi sarebbe bene coltivare una forza Yin uguale e contraria per bilanciare.

zhanzhuang
Zhan Zhuang

Io per ricaricarmi uso alcuni esercizi di Zhineng Qigong (La Qi, Peng qi guan ding fa, Zhan Zhuang e dunqiang gong) ma qualsiasi esercizio di Qigong credo possa avere un effetto energizzante. Una cosa incredibilmente potente e sottovalutata sono i 5 tibetani, uno yoga molto concentrato ed estremamente efficace sul sistema energetico umano.

A livello mentale il rilassamento lungo del Silva inciso su un mp3 con il metronomo alfa di sottofondo mi rimette al mondo quando sono a terra per la fretta, il poco sonno o la mancanza di energia. Tra i fiori di Bach, Olive e Hornbeam mi hanno sempre tirato su quando ero esausto. Ma, ripeto, questi sono palliativi, l’importante è non disperdere.

Su un testo di Pang Ming, l’ideatore del Zhineng Qigong, c’è un principio che mi piace molto riguardo al risparmio di energia, molto simile a quello che io chiamo equanimità: Xīn sǐ shen huo – la mente è morta ma lo spirito è vivo. Significa che prendiamo la ferma risoluzione a non reagire a nulla di quello che ci accade a non lasciarci trascinare dalle emozioni a non cedere alle rabbie, angosce, paure etc. Questo è il più veloce e potente metodo per non perdere energia e accumularne.

Consiglia 5 strumenti o tecniche o libri o film alle persone che vogliono intraprendere un percorso spirituale o vogliono sperimentare qualcosa di diverso.

matita e inchiostro di Andrea Panatta

  1. Imparare il rilascio delle emozioni (con l’aiuto del manuale o con gli audio disponibili).
  2. Imparare a rilassarsi con l’alfadinamica, il metodo Silva o qualsiasi altro strumento che porti la mente in alfa, come i metronomi o i suoni binaurali. E’ importante imparare a funzionare da un punto di vista ‘rilassato’ e farlo spesso.
  3. Leggere “Il processo della presenza di Michael Brown.
  4. Leggere “No Time For Karma” di Paxton Robey.
  5. Imparare il Zhineng Qigong, o una pratica energetica simile.

Come ti vedi fra 5 anni e quali sono i tuoi progetti futuri

In realtà tendo a non voler progettare più, né a visualizzare o anticipare risultati. Lascio che il flusso, e il mio sé, mi mettano dove devo stare e lì starò, farò quello che il flusso mi mette a fare. Finora è andata così.

Forse mi dedicherò un po’ di più e un po’ più consapevolmente all’arte e al fumetto, passioni che ho sempre sottovalutato e che ho ripreso a quasi 40 anni, che mi danno estremo piacere e soddisfazione. Chissà.

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