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Desideri - Intenzioni - Ideali Spiritualità

Desideri, intenzioni, ideali – 4.
La formula dell’intenzione

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La principale differenza fra un desiderio e una intenzione forte è la pressoché totale assenza, in quest’ultima, di qualsiasi emozione o sensazione di mancanza, e, potremmo dire l’assenza di qualsiasi sforzo.

Attraverso lo studio e la pratica del Transurfing di Vadim Zeland, del Taoismo, e del Qigong (e anche, diciamolo, attraverso una serie di eventi fortunati) ho visto che l’intenzione si può sommariamente schematizzare con una formuletta, i cui principi abbiamo già in parte delineato negli articoli precedenti, e che può ricordarci come trasformare un desiderio/bisogno in una intenzione forte, pura, rendendo più semplice il ricordarci la prospettiva ogni volta che ci troviamo a lavorare troppo duramente in direzione di un fine.

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Quello che ho potuto verificare è che esiste questa piccola contraddizione, questo piccolo grande malinteso, attorno al realizzare sogni, desideri, e al cambiare linea di vita,  che rimane il passaggio più difficile per ogni ricercatore che si accosti a questi principi.

Creare un cambiamento nella realtà

Ci viene insegnato infatti che bisogna “credere nei propri sogni“, “lavorare duro“, “impegnarsi molto“, e tutto rimanda all’onnipresente tendenza allo sforzo di cui l’ego è il principale fautore. Il che può funzionare e per molti funziona, e in alcune situazioni è senz’altro necessario. Ma per me che sono essenzialmente pigro, e che ho sempre cercato la magia in ogni dove, forse non bastava.

Con gli anni avevo notato fatti strani accadere nella mia vita, fatti legati unicamente alla mia capacità di “convincermi che” e di “sognare che”, fatti che mi mettevano in situazioni insperate, avventure, linee di vita, che si aprivano e si verificavano per il solo fatto che mi ero permesso di sognarle e crederci. Beh non era chiaramente tutto lì, ma era l’inizio.

La formula dell’intenzione inizia proprio da questo. Deve esserci un desiderio, una mancanza e un tendere verso come abbiamo detto, altrimenti non ci sarebbe nessuna crescita. Deve esserci poi l’azione, preferibilmente ispirata, ma comunque un movimento. Senza muoversi non può accadere nulla.

Molta letteratura sulla Legge di Attrazione ci ha convinto che basta stare seduti a visualizzare e le cose arriveranno da sé, ma non è così secondo me. Dovete muovervi in direzione di ciò che rappresenta la vostra intenzione, e dovete farlo come se questa fosse già realizzata (con quella tranquillità di fondo, quella fiducia), perché soltanto così inizia a diventare tale.

Rimuoverne l’importanza

Infine, la terza parte della formula della quale anche abbiamo già accennato, è che deve cadere durante il vostro tragitto ogni forma di importanza che date a questo qualcosa e a voi stessi in relazione a questo qualcosa.

Il che può sembrare una contraddizione, perché è chiaro che se lo vuoi, allora quel qualcosa è importante per te, eppure questo principio (volere senza volere) è un principio di potere che più volte ho incontrato nel taoismo oltre che nel Transurfing.

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Nel Qigong viene chiamato “kong kong dang dang, huang huang, hu hu” traducibile a fatica come “vuoto, ma non vuoto”. E’ un principio fondante del lavoro interno, nel quale si spiega che se vuoi far accadere un cambiamento nella materia con l’uso della tua yishi (intenzione), piuttosto che concentrarti come se fosse la cosa più importante della tua vita (atteggiamento che crea un effetto praticamente nullo), devi darlo per scontato e agire da un’atmosfera mentale calma, talmente rilassata da essere quasi addormentata. A quel punto un unico pensiero chiaro avrà un effetto sulla materia.

E con l’intenzione è esattamente lo stesso principio. La calma dell’ambiente mentale di sottofondo è secondo me la variabile più importante in questo processo, e, allenandosi a ridurre o eliminare l’importanza personale anche e sopratutto nei confronti di ciò che desideriamo, l’ambiente mentale non può che farsi progressivamente più calmo, e i nostri pensieri più potenti.

Rimuovere l’importanza da un desiderio significa innanzitutto smettere di considerarlo qualcosa che ci renderà felici, soddisfatti, il che può sembrare facile da dire ma difficilissimo da mettere in pratica. Appena iniziamo a fare un lavoro del genere ci accorgiamo che più diamo importanza a qualcosa più significa che questo qualcosa è radicato nella nostra personalità e nella nostra storia psicologica.

Il bisogno di realizzare qualcosa

Quando vogliamo molto qualcosa, quando ne abbiamo bisogno, è possibile che questo desiderio abbia radici inconsce che affondano nel senso di mancanza, di privazione, e che rendono quindi il nostro volere un arma pericolosa in mano a quelle che Zeland chiama le forze equilibratrici. Queste, in genere, porteranno il contrario di quello cui fortemente ci attacchiamo.

Volere qualcosa, rimuovendo al contempo tutta l’importanza che gli diamo, significa rilasciare ogni emozione e ogni aspettativa attorno a ciò che si vuole, fino ad arrivare a quello stato che Lester Levenson chiamava “hootless“, slang che significa “va bene sia che arrivi sia che non arrivi”.

Nella mia esperienza di vita  questo piccolo insignificante dettaglio è stato un passaggio fondamentale. Sono cresciuto con moltissime cose che volevo e per e quali lottavo, molto spesso rendendo la mia vita miserabile. Ma quando poi ho iniziato a capire questo principio e a rimuovere gradualmente l’importanza a ciò che volevo (e a ciò che quindi, credevo di essere), dissolvendone l’emanazione emotiva, la vita ha mostrato uno spostamento verso un’altra linea narrativa, come se colui che descriveva gli eventi della mia esistenza fosse cambiato improvvisamente.

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Moltissime delle cose e situazioni che volevo si sono create praticamente da sole, e altre ho semplicemente smesso di volerle, perché togliendo importanza ai desideri ci si accorge che molti di questi non sono che capricci infantili, compensazioni di vecchi vuoti, o addirittura programmazioni ricevute dall’esterno.

“…togliendo importanza ai desideri ci si accorge che molti di questi non sono che capricci infantili, compensazioni di vecchi vuoti, o addirittura programmazioni ricevute dall’esterno.”

Quindi riassumendo la formula è: Intenzione = Desiderio + Azione – Importanza 

Se comprendete bene questa formula capite bene anche perché, ad un certo punto della crescita interiore risulta chiaro che più che “aggiungere” bisogna “togliere”. Spesso l’importanza personale e l’immagine che ci siamo dati o che ci hanno affibbiato, sono nutrite da tutto ciò che crediamo di sapere su come funziona o non funziona la realtà.

L’importanza personale è nutrita da tutto ciò che abbiamo studiato, da tutto ciò che nella nostra vita ci rende chi crediamo di essere, e questo “IO” che crediamo di essere è in realtà molto ristretto, molto limitato, rispetto alle capacità alle quali realmente si può accedere.

Per funzionare realmente l’intenzione ha bisogno di uno specifico allenamento interno che in genere riassumo così:

  1. imparare a gestire la propria attenzione
  2. imparare a gestire le proprie emozioni
  3. imparare a gestire i propri pensieri

Fatto questo l’atmosfera interiore è armonizzata e idonea alla realizzazione di intenzioni potenti.

Questo esercizio ci è stato spiegato tempo fa da un insegnante cinese di Qigong, come allenamento mentale per rafforzare il meccanismo dell’intenzione.

Quando state esercitando l’intenzione esterna (come la chiama Zeland) è essenziale avere il controllo del “primo pensiero” che vi capita di avere di fronte ad ogni situazione di vita.

Sia che sia positiva, sia che sia negativa, la situazione nella quale vi venite a trovare è fortemente influenzata dal primo pensiero che ne avete; esso infatti si imprime nella “sostanza” dell’esistenza e influenza gli esisti di ciò che accade in maniera più che determinante poiché la coscienza è sempre coinvolta negli avvenimenti.

“Sia che sia positiva, sia che sia negativa, la situazione nella quale vi venite a trovare è fortemente influenzata dal primo pensiero che ne avete”

«Allora – ci diceva il maestro – allenatevi affinché il vostro primo pensiero di fronte a qualunque cosa sia che “va tutto bene“, anche se ciò che sta accadendo è apparentemente negativo.» Fate in modo che il primo pensiero sia sempre “va bene”, o, come diceva Zeland, imparate a gioire anche dei vostri insuccessi.

Per assurdo che possa sembrare, questa disciplina, che nel Transurfing viene chiamata “coordinazione dell’intenzione“, è uno strumento tra i più efficaci che conosco per cambiare la propria linea di vita.


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Andrea Panatta

Da diversi anni si occupa di ricerca spirituale, sviluppo del potenziale psichico e terapie energetiche. Ha studiato e praticato il Pranic Healing di Master Choa Kok Sui, esercitando per alcuni anni la funzione di istruttore presso l’Accademia di Pranic Healing di Roma. È un appassionato di tecniche energetiche e di guarigione psichica (Metodo Silva, sciamanesimo Huna, Qigong cinese). È stato counselor e formatore presso diverse strutture. Dal 2009 insegna il corso di Igor Sibaldi “I Maestri Invisibili”. Da diversi anni insegna il Metodo Yin e il Zhineng Qigong in piccoli gruppi. Nel 2015 ha pubblicato: “Istruzioni per Maghi Erranti” (Ed. Spazio Interiore) e “La via della Forza” (Ed. Spazio Interiore). Ha tradotto in italiano “No Time for Karma” di Paxton Robey.

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